Un 2017 positivo, con prospettive di crescita anche per il 2018

Con oltre 9 miliardi di euro e un incremento di tutti i principali indicatori economici, l’industria italiana costruttrice di macchine utensili, robot e automazione ha registrato un 2017 decisamente positivo, che fa presagire un 2018 altrettanto florido. Questo è quanto è emerso dall’indagine condotta da UCIMU – Sistemi per Produrre i cui dati sono stati presentati in occasione dell’assemblea annuale dell’associazione, svoltasi lo scorso luglio.

di Laura Alberelli

Decisamente positivo è il bilancio 2017 dell’industria italiana costruttrice di macchine utensili, robot e automazione: il comparto ha raggiunto un fatturato di oltre 9 miliardi di euro e registrato un incremento di tutti i principali indicatori economici.
Quarta tra i produttori, l’Italia si è confermata terza tra gli esportatori, oltre a consolidare il quinto posto nella classifica di consumo.
Secondo l’indagine condotta da UCIMU – Sistemi per Produrre, nel 2017 la produzione italiana di macchine utensili, robot e automazione si è attestata a 6.085 milioni di euro, registrando un aumento del 9,6% rispetto al 2016. Il consumo è cresciuto del 15,7%, a 4.464 milioni, per effetto dell’ottimo andamento delle consegne sul mercato interno (+17,4%, 2.700 milioni).
Le importazioni sono aumentate del 13,2%, attestandosi a 1.764 milioni; la quota di mercato coperta da macchinari stranieri è risultata pari al 39,5%. Dopo un 2016 negativo, nel 2017 le esportazioni sono tornate a crescere attestandosi a 3.385 milioni di euro, il 4,1% in più rispetto all’anno precedente. Il rapporto export su produzione è calato dal 59% del 2016 al 56% del 2017. Il saldo della bilancia commerciale è diminuito del 4,3% attestandosi a 1.621 milioni di euro. La performance positiva dell’industria italiana del settore si è riflessa sul livello di utilizzo della capacità produttiva, la cui media annua è cresciuta, passando dal 79,1% del 2016 all’83,2% del 2017. In forte crescita anche il carnet ordini, che si è attestato a 6,6 mesi di produzione assicurata, contro il 5,9 dell’anno precedente.
Dopo la grave crisi registrata nel 2009, l’indice degli ordini di macchine utensili ha avuto un andamento altalenante: alla ripresa del biennio successivo (2010-2011), è seguito un nuovo periodo di arretramento (2012-2013) interrotto nel 2014, anno che sarà ricordato per la ripresa del mercato italiano. Il trend positivo è stato confermato anche nel 2015, rallentando nel 2016 e tornando fortemente dinamico nel 2017.

Nel 2017, una produzione in crescita del 9,4%
Per quanto riguarda l’industria italiana della macchina utensile intesa in senso stretto (esclusa, quindi, la robotica), il comparto ha chiuso il 2017 con una produzione in crescita del 9,4%, pari a 5.491 milioni di euro.
Il risultato è stato determinato dall’ottima performance messa a segno dai costruttori italiani sul mercato interno dove le consegne sono cresciute del 18,9%, raggiungendo i 2.326 milioni, trainate dal consumo domestico. Anche le esportazioni sono tornate a crescere (+3,4%) raggiungendo i 3.165 milioni. La propensione all’export è scesa dal 61% del 2016 al 58% del 2017. Il consumo si è attestato a 3.695 milioni (+16,1%). Le importazioni, cresciute dell’11,6% a 1.369 milioni di euro, hanno coperto il 37% della domanda. Il numero degli addetti dell’industria italiana della macchina utensile è cresciuto dell’1,9% a 29.360 unità.

Focus sulle macchine utensili ad asportazione

Nel 2017, la produzione italiana di macchine utensili ad asportazione è cresciuta del 9,3%, a 2.538 milioni di euro, corrispondenti al 46,2% del totale settoriale. Le vendite all’estero sono risultate in calo, dello 0,4% a 1.485 milioni; anche la propensione all’export è scesa passando dal 64,2% del 2016 al 58,5%. Primo mercato di sbocco è risultata la Cina, dove le consegne di Made in Italy hanno raggiunto i 222,7 milioni (+7,1%) pari al 15% del totale esportato. Al secondo posto la Germania con acquisti per 178,9 milioni (-12,2%) davanti a Stati Uniti (156,4 milioni, -5,2%) e Francia (127,6 milioni, -5,5%). Al quinto posto della graduatoria degli utilizzatori di macchine utensili ad asportazione italiane è risultata la Spagna i cui acquisti hanno raggiunto il valore di 61,7 milioni (+23,7%). In forte crescita sia il consumo (1.992 milioni, +21,4%), sia le consegne interne (1.053 milioni, +26,7%). In forte aumento anche le importazioni (+15,9%) che si sono attestate a 939 milioni di euro. La graduatoria dei fornitori stranieri ha visto al primo posto la Germania (288,9 milioni, +29,7%), seguita da Belgio (113,6 milioni, -19,4%), Corea del Sud (110,6 milioni, +27,4%), Giappone (105,5 milioni, +11,5%), Taiwan (74,7 milioni, +24,3%). In termini di famiglie di prodotto, è necessario fare riferimento ai dati dell’anno precedente, gli ultimi disponibili. Nel 2016, i torni sono risultati la principale tipologia di macchina ad asportazione prodotta, con una quota pari al 25,2% del totale.

L’andamento delle esportazioni italiane di macchine utensili
Secondo i dati elaborati da UCIMU – Sistemi per Produrre, nel 2017 le esportazioni italiane di sole macchine utensili sono salite del 3,4%, a 3.165 milioni di euro. L’andamento trimestrale è stato positivo per tutto l’anno. Dopo un aumento moderato nei primi due trimestri (+2,7% e +2,6%), il terzo trimestre ha registrato un picco (+9,3%) a cui è seguita, nell’ultima parte dell’anno, una sostanziale stabilità delle vendite (+0,1%).
Durante lo scorso anno, le quote italiane nei principali mercati mondiali sono generalmente calate; ciò è dovuto al fatto che la crescita del nostro export è stata inferiore all’incremento del consumo mondiale. In Cina, la quota italiana sul totale venduto si è attestata a 1,3%, ovvero lo stesso livello del 2016. Negli Stati Uniti i costruttori italiani hanno soddisfatto il 4,7% della domanda, perdendo quasi un punto rispetto all’anno precedente. È diminuita dello 0,7% la quota italiana sul mercato tedesco, risultata pari al 5,7% del consumo locale. Per contro, i costruttori italiani hanno guadagnato spazio in Brasile, dove hanno coperto il 5,8% del mercato, con un incremento di oltre un punto. In India le macchine italiane sono arrivate a soddisfare solo il 2,7% della domanda, perdendo quindi 1,3 punti rispetto al 2016. Sul mercato russo, una volta tradizionale sbocco per le esportazioni italiane, la quota italiana è rimasta stabile al 6,4%. L’analisi condotta sulla distribuzione geografica delle esportazioni italiane nell’ultimo decennio evidenzia come, a fronte del continuo mutamento dello scenario mondiale, il made by Italians abbia saputo rispondere alle esigenze dei clienti penetrando di volta in volta nelle aree più attive dello scacchiere internazionale. L’Unione Europea resta la prima area di destinazione delle vendite italiane ma la quota di export assorbita dall’area si è ridotta, passando dal 48,7% del 2008, al 45,9% del 2017. Perde peso anche l’Europa al di fuori della UE, dal 12,2% all’8,9%. Nel periodo considerato, è stata rilevata una forte ripresa della quota dell’America settentrionale, che dal 9,5% del 2008, ha acquisito, nel 2017, il 15,4% del totale esportato dai costruttori, risultato reso possibile dalla crescita dell’attività manifatturiera nei paesi dell’area. È aumentata, in modo meno marcato, la quota di export destinata all’Asia, passata dal 19,8% del 2008, al 22,8%; in calo, invece, la quota assorbita dall’America del Sud, passata dal 5,2% del 2008 al 2,3% del 2017. Stabile il peso dell’Africa (al 3,4%). Nel 2017, l’export in Unione Europea è aumentato, del 2,4%, a 1.451 milioni di euro. Come nel 2016, primo mercato comunitario, e mondiale, è stata la Germania (343 milioni, -9,1%), seguita da Francia (213 milioni, -5,1%), Polonia (162 milioni, +17,8%), Spagna (134 milioni, +15,3%) e Regno Unito (77 milioni -6,1%) che ha registrato un nuovo calo dopo la pessima performance dell’anno scorso.

Nel 2018 cresceranno sia la produzione che l’export
Il positivo andamento dell’industria italiana di settore registrato nel 2017 troverà conferma anche nel 2018. Secondo quanto è emerso dai dati di previsione elaborati dal Centro Studi & Cultura di Impresa di UCIMU – Sistemi per Produrre, il trend positivo proseguirà infatti tutto l’anno. Cresceranno produzione ed export ma, esattamente come nel 2017, saranno consumo, consegne sul mercato interno e importazioni a registrare gli incrementi più decisi, tutti a doppia cifra, sostenuti dalle misure di super e iperammortamento previsti dal piano Impresa 4.0.
In particolare, la produzione salirà del 9,3%, a 6.650 milioni di euro. Il consumo si attesterà a 5.070 milioni di euro, il 13,6% in più rispetto al 2017, trainando sia le consegne dei costruttori sul mercato domestico, attese in crescita del 15,2% a 3.110 milioni, sia le importazioni (1.960 milioni, +11,1%). Anche l’export proseguirà con la crescita: con un incremento del 4,6% raggiungerà il valore di 3.540 milioni di euro. L’andamento registrato dalle vendite di macchine utensili oltreconfine nei primi tre mesi dell’anno conferma il trend positivo. Il rapporto export su produzione, ridimensionatosi dal 2014 per effetto della ripresa della domanda italiana, scenderà ancora, attestandosi a quota 53,2%.
Nel secondo trimestre del 2018, l’indice degli ordini di macchine utensili è cresciuto del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente per un valore assoluto di 140 (base 2010=100). Dopo l’arretramento registrato nel primo trimestre, l’indice interno è tornato di segno positivo, a +0,5% (valore assoluto 181,4), dimostrando così che lo stop di inizio anno era dovuto all’incertezza della conferma dei provvedimenti di super e iperammortamento. Positivo anche l’estero che segna una crescita del 3,6% per un valore assoluto di 128,5.

Sostenere l’andamento favorevole del mercato
Per sostenere l’andamento favorevole registrato nel 2018, il Presidente di UCIMU – Sistemi per Produrre Massimo Carboniero ha sottolineato l’importanza di mettere in atto misure specifiche atte ad aumentare la competitività delle imprese, a sostenere la formazione e il mercato del lavoro. “Alle autorità del nuovo Governo chiediamo di prolungare l’effettività delle misure di super e iperammortamento, magari rivedendo i coefficienti ma lasciando il tempo alle imprese di maturare le decisioni d’acquisto.
Occorre poi accompagnare questo processo di inserimento di nuova tecnologia con un uguale impegno sulla vera risorsa delle imprese: l’uomo. Per questo auspichiamo che il provvedimento dedicato alla formazione, così come definito nel programma Impresa 4.0, venga perfezionato. A nostro avviso, il credito di imposta al 40%, attualmente applicato al solo costo del lavoro del personale coinvolto nella formazione, dovrebbe essere esteso anche al costo dei corsi e dei formatori impiegati, che è poi la spesa più gravosa per le PMI.
Per spingere le imprese ad assumere e a farlo a tempo indeterminato occorre invece intervenire sulla riduzione del cuneo fiscale e con la piena detassazione e decontribuzione per i primi anni di assunzione, non certo con l’eliminazione di contratti a termine e la revisione della materia dei contenziosi che creerà nuova e aggiuntiva burocrazia per le imprese. Infine, abbiamo bisogno di un mercato libero e aperto, più di prima, di un’Unione Europea forte per un’Italia forte. L’industria italiana ha bisogno di alleanze strategiche tra paesi e di sponde per sostenere lo sviluppo non solo delle imprese ma dell’intera società”. All’appello lanciato dal Presidente di UCIMU – Sistemi per Produrre si è unito anche Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria che ha presenziato insieme a Carboniero all’assemblea annuale di UCIMU. “Non esistono settori innovativi, ma aziende innovatrici che operano nei più diversi ambiti. È giusto quindi parlare di “politica dei fattori” e non più di “politica dei settori”, come si usava in passato. L’Italia è un Paese principalmente formato da piccole e medie imprese che rappresentano la nostra forza e la nostra ricchezza. Per ridurre quanto più possibile i divari esistenti, è importante mettere in atto una serie di interventi atti a sostenere il mercato del lavoro. In quest’ottica, è necessario incrementare la crescita, ridurre il debito pubblico e diminuire il cuneo fiscale”.